Tornare a casa

Il circolo del PD a cui mi sono iscritto poco dopo aver compiuto quindici anni occupa il piano terra di una palazzina nel centro del paese; una grande sala per le riunioni e le iniziative, l’ufficio della segreteria, la sede della “fondazione” e, poi, il seminterrato dove, fra gli scatoloni e i vecchi manifesti del Pds, in un angolo dovrebbero ancora esserci i ritratti fotografici di Antonio Gramsci e di Maria Margotti, epica bracciante uccisa da un carabiniere in pieno scelbismo, non molto lontano da lì. L’ultima volta che ci ho messo piede, c’erano ancora i ritratti di Berlinguer e di Giuseppe Dozza orgogliosamente appesi ad una parete dell’ufficio. A fianco al circolo, un palazzo in mattoni, la “casa del popolo” intitolata a un villaggio martire del Vietnam del Nord, Song My. Poco lontano dal circolo, i palazzi del centro, i giardini pubblici, le scuole elementari, la sede municipale. È un paesaggio come tanti, è la geografia di un paese della pianura padana, nel cuore dell’Emilia Rossa, simile a tanti altri paesi, con le sue storie, la sua gente, il suo dialetto dolce e duro, che ogni tanto si può sentire ancora risuonare tra le botteghe del centro, o fra gli anziani che giocano a briscola proprio nel cortile della Casa del popolo. Il centro sembra un po’ sbrecciato, con le sue chiese pretenziose, i portici che imitano la grande città più a est, e poi, intorno, qualche parco, le case popolari, le “villette dei geometri” di cui la pianura ha iniziato a riempirsi negli anni Settanta e che solo la crisi sembra avere fermato. La nostra toponomastica è “meravigliosa” come quella di Max Collini in Robespierre: viale Palmiro Togliatti, via Salvador Allende, Piazzale Enrico Berlinguer, Via Antonio Gramsci. Poi negli ultimi anni un po’ meno: e così, invece di via Dolores Ibarruri o via Rivoluzione d’Ottobre, sono comparse via delle Fragole e via degli Arcieri, oltre a una via Barbarossa, rievocazione di una falsa leggenda associata ad una festa di paese che si tiene il terzo week-end di settembre, un paio di settimane dopo la Festa de l’Unità.  Qui, nel 1948, il Fronte Popolare prese il 66% e la Democrazia Cristiana il 22%; ed è sempre intorno a quella cifra, il 65%, che le forza della sinistra storica si sono mantenute, fino a Tangentopoli. Un Pci con tanti iscritti, tra il 15 e il 20% della popolazione, soprattutto nell’immediato dopoguerra. Poi, in una giornata alla Bolognina, tutto cambiò, ma in questo lembo settentrionale della federazione “più dalemiana d’Italia”- Imola- Pds, Ds e Pd sono sempre stati, nelle loro differenti arborescenze- il primo partito: 42% alle disastrose politiche della “discesa in campo” e anche in quelle successive, e sempre ampiamente sopra la media nazionale ad ogni consultazione. Stessa storia anche alle elezioni comunali: sempre vinte, fin dal marzo del 1946, quando il sindaco designato dal CLN, un partigiano comunista, fu confermato dal Consiglio Comunale. Si chiamava Orlando Argentesi ed era stato al confino a Ponza per 26 mesi, a metà degli anni Trenta. Il governo locale si era sempre retto su una solida alleanza fra il Pci e il Psi, a cui negli anni ottanta si erano aggiunti Pri e Psdi, fra alti e bassi; negli anni novanta, rassicuranti liste civiche di centro-sinistra avevano vinto ad ogni tornata, con Rifondazione Comunista da sempre all’opposizione, orgogliosamente, come ho letto qualche tempo fa su un loro vecchio volantino. Nel 2004, una popolare sindaca diessina prese quasi il 67%, mentre Rifondazione Comunista l’11,5%. Insomma, una “piccola Leningrado”, per citare sempre gli Offlaga Discopax, senza, però, un busto di Lenin al centro della piazza principale.
Ma non c’era bisogno del busto Lenin per essere solidali con la rivoluzione. Nel giugno del 1917, il consiglio comunale, interamente composto da socialisti, “manda un fraterno saluto ai compagni di Russia, che abbattendo il giogo dell’autocrazia imperante ha procacciato la libertà al popolo ed ha innalzato i diritti del proletariato”. Così si legge sul registro delle delibere consiliari consultabile nel locale archivio storico, al terzo piano delle vecchie scuole elementari di una frazione, Villafontana. Negli ultimi anni, fra quei faldoni polverosi ho passato alcuni pomeriggi silenziosi ed emozionanti. Però vi risparmio questo mio entusiasmo un po’ romantico per la sereniana “polvere di archivi”, per i fogli che condensano tante storie e compongono, in qualche modo, una genealogia tutta personale. La sola speranza è che di tutte queste storie resti una traccia. Alcuni, fortunatamente, sembra se ne stiano occupando, e ne sono felicissimo. Potrei evocarne tante: quella di un medico antifascista e anticonformista come Gino Zanardi, quella dello sciopero fatto dalle mondine e dai braccianti in pieno fascismo (1931), quella di una maestra socialista che visse a Parigi e fu vice-sindaco nell’immediato dopoguerra, Rosa Dall’Olio. Ma non è questa la sede giusta per farlo. Perché vorrei tornare all’inizio di questo mio testo: al circolo del Partito Democratico evocato brevemente prima che mi lasciassi prendere da tutti questi ricordi obliqui, che vibrano nel silenzio della mia stanza. A ben altre latitudini.

Il circolo del Pd, quelle tre stanze al piano terra, sono il luogo in cui si condensano la mia educazione intellettuale e la mia educazione sentimentale; ci ho passato le mie serate, i miei sabati pomeriggio, invidiando i miei compagni di liceo che potevano andare a passeggiare in centro mentre noi ciclostilavamo lettere o stampavamo volantini; e poi, sempre lì, i pianti lunghi per le elezioni politiche del 2013, la gioia per le amministrative andate bene, l’anno dopo, il dolore e la fatica nel continuare a “operare” di fronte all’innestarsi, nel partito ma soprattutto nella mentalità della nostra gente,  di un “nuovo corso” nel quale non mi sono mai potuto riconoscere. E che rischia di cancellare parte di una storia, inevitabilmente. Sullo sfondo, le amicizie di cui la vita di partito è sempre costellata, la solidità dei legami che resteranno per il resto della vita e che sono forse l’unica consolazione nella miseria del dibattito quotidiano.
Domenica 27 marzo, in quel circolo del Pd dove ho sperimentato le tante sfumature del “politico”, dolori e tremori in questi anni in cui non è sempre stato facile fare il militante, si è votato per il congresso nazionale e la mozione di Matteo Renzi ha vinto con percentuali altissime, soprattutto con i voti dei compagni di sempre, quelli della Festa dell’Unità, che conosco da sempre. Io non c’ero, perché ora abito altrove. Ho votato nel circolo del Partito Democratico di Parigi, perché nonostante i mille “ma”, c’è ancora un legame che è sentimentale e viscerale, molto antico, e che per una forma tutta personale di dissonanza cognitiva mi ha portato, quel sabato pomeriggio, a votare Andrea Orlando e a presentarne, insieme ad altri compagni, la mozione. Ma mentre ero in una sede Acli del 12° arrondissement ad ascoltare il dibattito congressuale, pensavo al mio vecchio circolo. Un circolo con molti anziani e qualche sparuto giovane. Sparuto perché un gruppo di ragazzi che negli ultimi anni si era impegnato a rilanciarlo ha preferito, nella sostanza, smettere di fare politica lì. Mi ci metto anche io, che ho poi fatto la tessera da un’altra parte e che ho dovuto talvolta rispondere agli attacchi di chi ci ha accusato di essere “difensore di privilegi” o di “tifare contro l’Italia”. O anche, semplicemente, di non capire niente. A farlo, sono stati soprattutto ex comunisti, impegnati da una vita nel Pci, ingraiani o miglioristi, poco importa. Votati ora al culto di Matteo Renzi, leader provvidenziale capace di risollevare le sfortunate sorti della sinistra italiana. Quando penso a loro, mi tornano in mente tutte le immagini di cui parlavo prima: Maria Margotti, i documenti d’archivio, i ritorni anticipati dalle vacanze per lavorare alla festa de l’Unità, i sabati in sezione, e poi tutte le altre storie che si intrecciano e che sembra si stiano perdendo lentamente. Mi chiedo che senso abbia avuto tutto questo. Che cosa siamo diventati in questi ultimi anni, indipendentemente da Renzi, che ha solo ampliato la frattura, reso più acute le distanze e le incomprensioni. E non ho trovato nessuna risposta, ma a settant’anni di distanza mi sono tornate in mente queste vecchie parole di Anna Maria Ortese, una scrittrice che amo moltissimo. Sono l’immagine di un mondo che si è irrimediabilmente perduto e che non tornerà mai più.
“Eravamo e non eravamo a Bologna. Ci sembrava che tutte le città fossero presenti, tutte le nazioni, tutto il confuso sospiro d’orgoglio e speranza delle folle della terra. Non sembrava una manifestazione né una processione, ma una danza: che ora aveva tutti gli impeti della gioia, ora tutti i turbamenti delle tristi memorie, ora tutte le esaltazioni del sogno. Intorno al corteo, che portava, di volta in volta, il ritratto di Maria Margotti, o i simboli delle officine, del denaro e delle armi incombenti sull’uomo, o le immagini di tutte le diverse civiltà del mondo, dalla cinese alla russa alla americana, stazionava una folla enorme, attenta, di cui pareva sentire il respiro.”

Non so perché, ma oggi mi sembra sempre più impossibile tornare a casa.

Parigi, 30 marzo 2017

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